10.04.2026

«La tecnologia accelera tutto. Ma la fiducia non si automatizza»

 

Nostra intervista a Fabio Corti, CEO di SRI Management Consulting a Chiasso, già presidente della STRP, sul valore della comunicazione e della reputazione nell'era digitale.

A cura di Alice Vargiu

Lei ha guidato la STRP ed è oggi al vertice di una società leader nel campo della comunicazione. Oltre alle competenze tecniche, qual è la qualità umana che un consulente non può assolutamente farsi mancare per valorizzare l’immagine e proteggere la reputazione del proprio cliente (azienda, brand, personaggio politico) al giorno d’oggi?

«Se dovessi sceglierne una sola, direi la responsabilità. Non solo in senso professionale, ma soprattutto umano: la consapevolezza che ogni parola, ogni scelta comunicativa ha un impatto reale sulle persone e sulla reputazione di chi ti ha dato fiducia. Un buon consulente non è solo un tecnico della comunicazione. È qualcuno che sa mettersi nei panni degli altri: cliente, pubblico, media, e che ha il coraggio di dire anche ciò che non è comodo. Perché la reputazione non si difende a tutti i costi: si costruisce, si orienta e, quando serve, si corregge. E soprattutto si protegge prima che sia troppo tardi».

Guardando al futuro delle Pubbliche Relazioni e della consulenza: come sta cambiando il ruolo del consulente nell’era della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale? Quali sono le criticità e i vantaggi?

«Il ruolo del consulente è cambiato e continuerà a cambiare rapidamente. Non è più un mero intermediario, ma sempre più un interprete della complessità. Digitalizzazione e intelligenza artificiale portano vantaggi evidenti: velocità, accesso ai dati, capacità di analisi, personalizzazione dei contenuti. Ma aumentano anche i rischi: perdita di controllo, amplificazione degli errori, messaggi sempre più uniformi e relazioni più fragili. La vera sfida è restare rilevanti e umani in un contesto automatizzato. Perché sempre meno ci verrà chiesto di produrre contenuti e sempre più di dare senso, visione e coerenza. La tecnologia accelera tutto. Ma la fiducia non si automatizza».

SRI Management Consulting è una delle poche realtà ticinesi con una forte proiezione nazionale. Qual è la difficoltà maggiore nel far capire i valori e la storia di un’azienda ticinese quando ci si confronta con il resto della Svizzera?

«La difficoltà principale è superare l’idea che il Ticino sia una periferia. In realtà è un punto di vista diverso e complementare, quasi una palestra per leggere la diversità svizzera. Non è tanto una questione linguistica, quanto di percezione: far capire che dietro un’azienda ticinese ci sono competenze, visione e sensibilità utili per interpretare contesti complessi. L’errore sarebbe cercare di imitare gli altri. La vera forza è valorizzare la propria identità, rendendola comprensibile e rilevante. Quando ci riesci, la provenienza smette di essere un limite e diventa un vantaggio competitivo».

Lei è da anni attivo quale dirigente sportivo di alto livello. La presidenza della Federazione svizzera di Ginnastica l’ha messa di fronte a una sfida comunicativa e reputazionale importante: ricostruire la fiducia dopo una crisi profonda. Come ha affrontato il periodo “post-tempesta” e qual è stata la lezione più importante?

«Una crisi non è mai davvero finita. Può perdere intensità, ma lascia sempre delle tracce. E quando la fiducia viene compromessa, le parole non bastano più. Servono fatti. Tanti fatti. Il primo passo è stato riconoscere la realtà con chiarezza, senza minimizzare. Poi lavorare su due livelli: intervenire concretamente sui problemi e ristabilire un dialogo trasparente con tutti gli interlocutori. La lezione più importante è semplice: la fiducia non si recupera con un gesto eclatante, ma con coerenza quotidiana. Serve tempo, pazienza e resilienza. La reputazione si perde in fretta, ma si ricostruisce lentamente. E nelle fasi più difficili, la leadership si misura anche nella capacità di reggere la solitudine senza perdere lucidità e direzione».

Dal suo punto di vista, qual è il segreto per restare autentici in un contesto in cui il brand è una conversazione continua con il pubblico?

«Oggi il pubblico riconosce immediatamente ciò che è costruito. E tende a non perdonarlo. Essere autentici non significa dire tutto, ma dire cose vere, nel modo giusto e al momento giusto. La chiave resta la coerenza: tra ciò che si dice e ciò che si fa, tra i valori dichiarati e le decisioni quotidiane. La comunicazione non è più una vernice: è lo specchio dell’organizzazione. E poi serve il coraggio di non voler piacere a tutti. Un brand credibile prende posizione, accetta il confronto anche quando è scomodo e non cambia tono a seconda del vento».