Fake news e reputazione: quando la verità non basta
Si è tenuto lo scorso 10 marzo un incontro dedicato al tema delle notizie false e di come contrastarle in ambito aziendale.
Nell’era della comunicazione digitale la quantità di informazioni che circola ogni giorno è enorme e cresce a una velocità sorprendente, complice anche al sempre più diffuso utilizzo dell’IA. Distinguere ciò che è affidabile da ciò che non lo è diventa sempre più complesso, con effetti diretti sulla fiducia delle persone e sulla reputazione di organizzazioni e aziende. La qualità dell’informazione è un elemento che influenza decisioni, percezioni e comportamenti, sia individuali sia collettivi.
Le «fake news» rappresentano una minaccia concreta per le aziende. Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma oggi è più frequente, più rapido e più difficile da individuare. La disinformazione trova appoggio su dinamiche emotive e «bias» (pregiudizi) cognitivi, rendendo vulnerabili anche le realtà aziendali più strutturate. Mentre il 66% delle persone ritiene di saper riconoscere una notizia falsa, l’evidenza empirica dimostra quanto questa sicurezza sia spesso un’illusione. A complicare ulteriormente il contesto c’è un crescente «pensiero insulare»: circa il 70% delle persone tende a non credere a informazioni provenienti da gruppi diversi dal proprio. Questo significa che la verità non è più solo messa in discussione, ma viene filtrata attraverso appartenenze e percezioni soggettive. Risultati emersi nell’ambito dello studio «How to Counter Fake News: The traditional playbook is insufficient», pubblicato nel 2025 dalla Harvard Business Review, cui ha contribuito anche il ticinese Simone Mariconda, consulente senior presso SRI Management Consulting e docente-ricercatore sui temi della reputazione aziendale.
Per le aziende lo scenario descritto rappresenta una sfida complessa: non basta più considerare le opinioni delle persone, ma anche la percezione che ciascuno ha delle opinioni altrui. In un contesto così frammentato, la reputazione può essere influenzata da contenuti distorti e interpretazioni polarizzate, rendendo ancora più importante investire in trasparenza, educazione digitale e capacità di risposta rapida. Ma è altrettanto importante promuovere un dialogo aperto, capace di superare le barriere tra gruppi e di ricostruire fiducia attraverso informazioni chiare e verificabili.
Questi i principali temi discussi grazie all’intervento di Mariconda in occasione dell’incontro organizzato da STRP lo scorso 10 marzo presso l’Università della Svizzera italiana. Una preziosa opportunità di scambio e confronto con l’esperto per i nostri soci.
Tra i principali elementi emersi durante la discussione:
- Anche se sappiamo che la notizia è falsa, può comunque influenzarci.
- Non siamo condizionati solo dalle nostre opinioni, ma anche dall’opinione prevalente (cosa pensano e dicono gli altri?).
- Raramente una notizia falsa è «fake» al 100% (da qualche parte nasce e si sviluppa).
Cercare di affermare la verità è importante, ma non basta. Bisogna anche lavorare sulla percezione della diffusione della verità.
E qui un possibile «schema» da seguire affinché una notizia falsa non si trasformi in un danno irreparabile:
- «Prebunking»: costruire credibilità sociale e una rete di supporto (stakeholder) PRIMA che la Fake News esca.
- Monitorare la risonanza sociale: chi influenza le conversazioni sul mio tema?
- Attivare gli alleati: quando circola la fake news, non sono solo io a dire «è falso». Anche altri dicono che è falso (rafforzare la prova sociale).
>> Per leggere l'articolo, in inglese, della Harvard Business Review: https://lnkd.in/eJXUcJHj