01.06.2026

Campagne politiche nell’era digitale: chi guida oggi il dibattito democratico?

Un momento della discussione all'Auditorio BancaStato.
Un momento della discussione all'Auditorio BancaStato. 

Nell’era della comunicazione digitale, la costruzione del consenso politico si fa sempre più complessa e stratificata, tra strategia, media e fiducia.

A cura di Alice Vargiu

“Se viene a mancare la fiducia nelle istituzioni e nel sistema, il tutto diventa difficile”.

È con questa osservazione che si è aperto l’evento dello scorso 26 maggio presso l’Auditorio BancaStato di Bellinzona, un appuntamento che ha visto i relatori presenti confrontarsi su un tema piuttosto attuale: la creazione di una campagna politica nell’era della digitalizzazione.

Durante la prima parte della serata, Marco Battaglia, campaigner politico e direttore creativo dell'agenzia BERTAKOMM, ha guidato i presenti in un vero e proprio "dietro le quinte" del processo che precede una votazione popolare. Battaglia ha smentito l'idea che una campagna sia solo una questione di poche settimane o di semplici slogan: “Il messaggio è l’elemento che unisce tutta la campagna”, ha spiegato, evidenziando come la costruzione del consenso sia un processo strategico lungo e strutturato, che richiede dai 6 ai 10 mesi di lavoro.

Un processo che si articola in più fasi: dalla costruzione della consapevolezza e del consenso iniziale, alla creazione di alleanze tra attori politici ed esperti (3-6 mesi), fino allo sviluppo della campagna (2-3 mesi) e alla mobilitazione finale (1 mese) in vista del voto. Nell'ambito dello sviluppo della campagna e dell'identità visiva, dove l'uso mirato di simboli e colori deve saper comunicare ad un pubblico intergenerazionale. “Parlare oggi alla fascia d’età 20-30 anni è diverso rispetto a chi è in pensione, c’è una sensibilità differente”, ha sottolineato Battaglia, aggiungendo che la sfida più grande risiede però nella capacità di presidiare un mix di canali che unisce media tradizionali e digitali, affrontando al tempo stesso le incognite dell’intelligenza artificiale.

La seconda parte dell'evento, moderata dal presidente STRP Dimitri Loringett, è stata caratterizzata da una tavola rotonda legata ad una domanda fondamentale: nel momento in cui la comunicazione politica sfocia nel branding e nel marketing, che cosa succede alla sostanza del dibattito democratico, ovvero chi definisce le priorità tra cittadini, media, istituzioni e algoritmi?

Dal confronto è emerso chiaramente come il panorama digitale abbia cambianto le regole del gioco. I social media sono ormai usati dai politici per ritagliarsi il proprio spazio e questo solleva dinamiche complesse. Alessandra Gianella (titolare SinoCom e deputata in Gran Consiglio) ha invitato a riflettere sul rischio di abusare dei canali digitali a scapito delle PR tradizionali, sottolineando come spesso si ricercano titoli forti che magari non rappresentano del tutto la campagna, portando così a un consumo più superficiale delle informazioni da parte della popolazione.

Su questo fronte, il giornalista RSI Roberto Porta, nella sua veste di presidente dell'Asociazione ticinese dei giornalisi, ha espresso forte preoccupazione per il sistema mediatico tradizionale in Svizzera, definendo i media digitali fino ad oggi, come una vera e propria minaccia per il dibattito democratico: “Bisogna lanciare un allarme perché non si capisce la gravità della situazione: la politica svizzera deve rafforzare il proprio sistema mediatico perché sta distruggendo la sua stessa base”. Per contrastare questa frammentazione, le istituzioni sono chiamate a fare la propria parte diversificando i canali di presenza. Come spiegato dal responsabile del Servizio informazione e comunicazione del Consiglio di Stato, Ivan Vanolli: “Bisogna cambiare il modo di comunicare in base al canale che si usa, ma a prescindere da questo bisogna tenere a mente che a parlare è un’istituzione, per cui non tutti i canali sono adatti”.

In questo scenario, l'approccio delle pubbliche relazioni, e quindi del rapporto umano, può forse contribuire a mantenere sano il processo democratico? Secondo l'esperto in comunicazione e PR e già vicecancelliere della Confederazione Andrea Arcidiacono, la risposta è assolutamente sì: “Le PR sono molto importanti, la relazione personale conta molto, soprattutto in una realtà come il Canton Ticino”. In un territorio piccolo, dove il contatto diretto è frequente, la fiducia diventa la chiave di volta. Si tratta però di un capitale reputazionale che non si può costruire nei pochi mesi di una campagna elettorale, il cui processo di creazione, come ricordato a più riprese da Marco Battaglia, può durare dai 6 ai 10 mesi.

L'incontro si è concluso con la consapevolezza che, dietro ad ogni messaggio politico, la visione strategica e la centralità del rapporto umano rimangono gli unici pilastri che tutelano la qualità del nostro sistema e del dibattito democratico.

 

Foto (c) Manuela Gallina Milani

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